RU486, la banalizzazione dell’aborto di Elena Fruganti, Associazione Esserci

Auspichiamo che le nuove linee guida ministeriali sull’aborto farmacologico siano al più presto ritirate, per l’ingannevole banalizzazione dell’ivg che introducono oltre che per le gravi incongruenze rispetto alla normativa vigente.

L’aborto chimico è promosso in quanto implica un risparmio per il SSN e ridimensiona la questione dell’obiezione di coscienza, ma a detrimento del valore della vita e a scapito della salute fisica e psicologica della donna, che viene lasciata sola, al suo domicilio, a concludere la procedura abortiva, spesso del tutto inconsapevole degli effetti invasivi che la procedura stessa comporta, facendola ripiombare in una condizione di solitudine che rievoca un lontano passato. Ci sembra significativo offrire come contributo alla riflessione una storia vera raccontata dal nostro associato Giuseppe Talamonti, neurochirurgo all’ospedale Niguarda di Milano.

“Come si dice al cinema, prendo spunto da una storia vera. Qualche anno fa: due sorelle. Una rimane incinta. È giovane. Non sa che fare. Si confida coi genitori. Questi sono “all’antica”: la obbligano a sposarsi e a tenere il bambino. Sono anni duri. Il marito è un balordo, senza lavoro né prospettive. La donna e il bambino vivono momenti drammatici e tirano avanti solo grazie all’aiuto dei genitori “all’antica”. Dopo qualche anno, anche la seconda sorella rimane incinta. Non vuol fare la “fine” della prima sorella. I genitori “all’antica” non devono saperne niente. Il padre del nascituro viene da una famiglia che ha molte risorse. La Ru486 non è ancora disponibile in Italia, ma in Svizzera hanno una pillola eccezionale. È facile organizzare un’escursione a Lugano e dopo poche ore tornare a casa come se niente fosse. Le assicurano che non c’è nessun pericolo. Lei è convinta di essere una ragazza fortunata: la sua vita non andrà a rotoli come quella della sorella. La notte c’è un’emorragia inarrestabile. È necessario un intervento chirurgico in urgenza e la ragazza non potrà più avere figli. Passato lo spavento, dice: “Pazienza, almeno non dovrò sopportare tutto ciò che è capitato a mia sorella”. Sono trascorsi tanti anni. Il bimbo che è nato è diventato un uomo. Si è laureato e ha messo su una splendida famiglia. La madre non vede più il balordo che aveva dovuto sposare. La sorella che era andata in Svizzera è stata sfortunata. Dieci anni dopo, un pirata della strada l’ha resa grande invalida. I genitori “all’antica” non ci sono più, il ragazzo di buona famiglia si è dileguato poco dopo il ritorno dalla Svizzera. Se non ci fossero la sorella e soprattutto il nipote nessuno si prenderebbe cura di lei e della sua invalidità. Oggi è convinta che la sua unica fortuna nella vita è stata che la sorella si sia comportata diversamente da lei.

Non racconto questa vicenda per trarre facili morali. La vita della sorella che abortì avrebbe potuto essere migliore. Voglio solo sottolineare che non si può banalizzare l’aborto come se fosse una colica renale, che vai in ospedale, ti danno una terapia e te ne torni a casa a fare la “renella”. In nessun caso l’interruzione di gravidanza può essere derubricata a una specie di anticoncezionale ritardato. Personalmente sono obiettore e non praticherei mai un aborto ma questo non significa che mi schiererei contro una procedura che fosse realmente meno invasiva e meno pericolosa per la donna. Purtroppo, la Ru486 non è meno pericolosa (la mortalità, anche se rara, è comunque superiore all’aborto chirurgico). La pillola abortiva è semplicemente BANALIZZANTE. Fa sembrare l’interruzione di gravidanza una cosa da niente. Anche le più accanite femministe ormai ammettono che l’aborto non è mai banale e qualche traccia indelebile la lascia sempre.

Oltre i rischi fisici, che naturalmente non vanno trascurati, ci sono profonde implicazioni psicologiche, sociologiche e morali che segnano la donna per tutta la vita. Inoltre, come uomo, non posso accettare il ruolo del fuco che non ha voce in capitolo. È vero che il mondo è pieno di mascalzoni che lasciano le donne sole ad affrontare la situazione, spesso con conseguenze drammatiche. Tuttavia, non sarà la somministrazione della Ru486 a risolvere il problema, prenderla e tornarsene a casa ad aspettare gli eventi implicherà lasciare ancora più sola la donna in un momento che è e rimane altamente drammatico”.

Alla luce delle considerazioni espresse, ci sembra necessario, nel caso proprio il ministro della Salute ritenga di dover modificare i parametri applicativi in tema di aborto, che prima si avvii un dibattito pubblico ampio e franco, basato su un forte senso di responsabilità da parte di tutte le forze in campo, poiché è lecito approfondire eventuali nuove evidenze medico- scientifiche, che peraltro attualmente non pare esistano, ma occorre un approccio scevro da preconcetti ideologici e accompagnato da una corretta opera di informazione, per favorire una piena consapevolezza delle implicazioni in termini di salute pubblica e rispetto dei valori socialmente rilevanti.