Sempre dalla parte dei bambini – nati e non nati – e delle donne, ecco perché “no” all’utero in affitto Mpv - Comunicato, 8 settembre 2021

Merita un plauso il quotidiano «Avvenire» per la sua battaglia ingaggiata già da qualche anno per l’abolizione dell’utero in affitto, pratica che – nonostante i tentativi di ingentilimento col ricorso a riferimenti altruistici (gestazione per altri) – è e resta una pratica che viola e calpesta la dignità della vita umana dal concepimento e la conseguente dignità della donna, sfruttata e trattata come “materiale gestazionale”. La collaborazione feconda e fruttuosa tra Avvenire e la Ciams ce lo dimostra ancora una volta. L’utero in affitto tiene insieme in un torbido cocktail composto da interessi commerciali, giri di soldi e affari, povertà che vengono rese ancor più povere da questa nuova forma di schiavitù di corpo e sentimenti, desideri che vengono trasformati in pretesi diritti, inganno nella presentazione sorridente, luccicante e colorata di cataloghi, immagini, abbracci che coprono realtà squallide in cui le persone sono trattate come cose da usare e poi dimenticare. Questo è ciò che emerge leggendo l’articolo di Carlotta Cappelletti, che al Salone di Parigi, tra gli stand di “Désir d’enfant”, c’è stata davvero. Pare che il “Salone” dedicato alla pubblicità della fecondazione artificiale sia un fenomeno in via di espansione, con tanto di sito e appuntamenti in varie città d’Europa. Dietro la vernice patinata, mondo del figlio a tutti i costi c’è un’enorme ingiustizia: verso i figli concepiti: selezionati, congelati, buttati, dati in pasto alla scienza; verso le donne che già vivono nella miseria, considerate macchine sforna bambini; verso la genitorialità, decomposta, scissa, smembrata, dissociata; verso le coppie formate da un uomo e una donna che un figlio lo desiderano senza pretenderlo e che vengono portati su queste strade senza che davvero ci si occupi di loro proponendo alternative di cura e di accompagnamento nella conoscenza della fertilità; verso tutti quei bambini nati e che aspettano di essere adottati, di poter crescere in una famiglia con un padre e una madre, di essere amati; verso la medicina che chiama “terapia” la soddisfazione delle istanze individuali e che perde di vista che «la Scienza è come il fuoco. Può fare un gran bene o un gran male. Come il fuoco può scaldarti, disinfettarti, salvarti, oppure incenerirti. Distruggerti. Come il fuoco, spesso fa più male che bene. E il motivo è proprio quello che, come il fuoco, non si pone problemi morali. Per lei tutto ciò che è possibile è lecito» (Oriana Fallaci, Noi cannibali e i figli di Medea, «Il Corriere della sera», 3 giugno 2005). Ma non basta denunciare e chiedere di abolire. Bisogna ripartire, promuovere, mostrare la bussola per orientare il cammino su nuove strade. Il bandolo della matassa? Tutti, tutti insieme dobbiamo “gridare”: è uno di noi”! Sì, perché tutto questo ambaradan ha un protagonista indiscusso che viene sistematicamente ignorato: il figlio chiamato all’esistenza dalle tecnologie di riproduzione umana. Se lui – per primo – è calpestato, considerato un “grumo di cellule”, come si può pensare di liberare dalla nuova schiavitù dell’utero in affitto chi è ingannato e sfruttato dall’ideologia dei falsi diritti che troneggiano nel campo della cd. “procreazione medicalmente assistita”?

Intanto, ferma restando l’attenzione sui diritti del concepito, è necessario frenare la mercificazione del corpo femminile e dei “figli prodotto” con una fattispecie penale che renda l’utero in affitto reato internazionale. 70 associazioni che fanno parte del Network Polis pro Persona hanno sottoscritto un appello (6.5.2021) per chiedere una legge asciutta e chiara che renda reato la maternità surrogata anche se il fatto è organizzato all’estero (la legge 40/2004 sanziona penalmente la maternità surrogata, ma solo se il fatto avviene in Italia). Esistono già due disegni di legge alla Camera (A.A.C. 306 e 2599): potrebbero essere calendarizzati in aula con la massima urgenza per diventare legge prima possibile?

 

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