Suicidio assistito quasi legge. E il Parlamento resta muto Alfredo Mantovano, Il Tempo 31/7/2019

Riassunto delle puntate precedenti. Novembre 2018: la Corte costituzionale deposita una propria ordinanza, la n. 207, dopo essere stata sollecitata a esprimersi sulla legittimità dell’art. 580 del codice penale (che punisce l’aiuto al suicidio) dalla Corte di assise di Milano, nel processo a carico di Marco Cappato per la morte di Fabiano Antoniani. Il provvedimento della Consulta ha la forma dell’ordinanza di rinvio ma la sostanza di una sentenza di incostituzionalità: solo che, invece di pronunciare quest’ ultima, la Corte invita il Parlamento ad approvare una legge che disciplini il suicidio medicalmente assistito entro il 23 settembre 2019. Fissa infatti la propria successiva udienza al 24 settembre 2019.
Ieri CNB-Comitato nazionale di bioetica pubblica il suo parere sull’ipotesi di legalizzazione del suicidio assistito. Purtroppo la propaganda prevale sul contenuto: mentre la lettura integrale dell’atto fa constatare le diversificate posizioni manifestate al suo interno, la comunicazione ai media viene gestita come se il Comitato abbia dato un via libera. Il messaggio che passa è che per il CNB la Consulta deve completare l’opera iniziata, a meno che il Parlamento non intervenga prima.
Quel che sfugge è che il CNB non è un “parlamentino etico”, nel quale il voto in più determini la maggioranza, ma è un organo consultivo, la cui funzione è far emergere la varietà di posizioni ideali su temi eticamente controversi: un consultore che peraltro in questa vicenda si è diviso a metà. E così vero che in serata il sito del CNB ha postato una rettifica. Se una conclusione politicamente semplice può trarsi dal documento di ieri è che il fine vita è tema complesso e delicato, e – poiché richiama diritti e interessi costituzionalmente rilevanti esige un approfondimento serio.
Esige una assunzione di responsabilità politica. Da chi ha ricevuto il consenso degli italiani ci si attende, dopo l’ordinanza della Consulta, che si esprima sulla tutela della vita del più debole, sulla impropria sovrapposizione che la Corte ha fatto fra l’autodeterminazione e la dignità umana, sul senso attuale della relazione medico-paziente, sulla risposta da dare con adeguate cure palliative al dolore derivante da patologie gravi, sulla deriva di morte manifestata in Paesi dove eutanasia e suicidio assistito sono state introdotte in nome della libertà, e oggi vengono praticate anche ai bambini in nome del pareggio del bilancio sanitario.
Non è detto che Camera e Senato siano obbligate a tradurre in legge le indicazioni della Consulta. Una delle proposte di legge presentate, recante come prima la firma dell’onorevole Alessandro Pagano, individua non una depenalizzazione, ma una ipotesi attenuata, per adeguare la sanzione alla particolare situazione del coniuge o del parente che compia il gesto spinto dalla disperazione a fronte di sofferenze intollerabili; insieme, prevede cure palliative ogni qual volta sia invocato il fine vita in attuazione delle dat le disposizioni anticipate di trattamento. La seconda norma è in linea con quel che chiede la Corte costituzionale, la prima comunque modifica l’art. 580, e quindi rende la norma diversa da quella impugnata, e chiude il giudizio di costituzionalità, senza abbassare il giudizio negativo sulla lesione della vita. Sarebbe grave se il Parlamento decidesse di non decidere, aspettando la nuova udienza della Corte.
La cui sentenza di illegittimità annunciata comporterebbe l’inserimento del suicidio assistito nel SSN, e l’impossibilità di intervenire con legge successiva. Si lamenta di frequente l’invasione del terreno legislativo da parte della giurisdizione: restano pochi giorni perché Camera e Senato dimostrino non solo di non volere il suicidio medicalizzato, ma pure di non accettare il proprio conseguente suicidio come istituzione.

 

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