Testimonianza fine vita di Daniela Savelli Russo

Il tempo della malattia è arrivato improvviso e violento. Un tumore aggressivo, il mesotelioma, è entrato nella nostra vita e Guglielmo ha impresso subito su questo cammino il sigillo della vita. Lo scoraggiamento, la paura, il dolore hanno messo in luce la fragilità, abbiamo sperimentato la fragilità. La mattina dell’intervento sono entrata in chiesa, ho aperto il libro e la Parola mi è venuta incontro con il Salmo 118, 17: sono sfuggito alla morte, ora vivrò per raccontare ciò che il Signore ha fatto, mi ha colpito duramente ma non mi ha consegnato alla morte”.

Ho chiuso il libro con la certezza che tutto sarebbe andato bene.

Non ci siamo chiusi anzi, ci siamo fidati dei medici e ci siamo affidati. La nostra fede, la mia, la sua, quella dei figli è stata interrogata, rigirata, setacciata. La forza di Guglielmo, le passioni e l’amore sono stati motivi per “scegliere” la vita e la malattia è diventata un’opportunità un tempo di grazia come lui lo definiva.

Mai soli, tante persone vicine, senza di loro non ce l’avremmo fatta.

Guglielmo non ha cambiato la sua vita nella sostanza e noi con lui, abbiamo girato a testa alta, imparato a ironizzare, stanchi con una fatica crescente, continuamente disponibili a “ricalcolare il percorso”.

I nostri occhi hanno iniziato a vedere le cose con una luce diversa, la quotidianità, i gesti, gli incontri hanno acquistato valore e non c’è stato più niente di scontato. Abbiamo vissuto il quotidiano progettando il futuro.

Ti ho messo davanti la vita e la morte” dice il Deuteronomio 30 “scegli la vita”. Il salmo 118 era sempre nei nostri pensieri e la certezza di una soluzione positiva andava allontanandosi. In un momento di dialogo ci siamo interrogati su quella Parola, ma di che morte parla, a quale morte non mi ha consegnato? E forse noi stiamo già raccontando ciò che il Signore ha fatto!

Quanto tempo mi rimane dottore? Poco, poco tempo..

Una lacerazione, le lacrime e dopo averle asciugate ci siamo detti che non avremmo lasciato neanche un secondo alla morte, avremmo dato vita al tempo. All’Hospice siamo arrivati quando il dolore non trovava soluzione e abbiamo vissuto l’oggi con il dialogo, con i libri, i giornali, i tanti incontri di lavoro e di amicizia, tanti giovani entrati in punta di piedi e usciti sereni, “vivete! La vita è bellissima. Quanto bene generato da questa malattia, quanti doni ricevuti, Guglielmo era sereno, in pace, diceva teshuvah, perdonarsi e perdonare per tornare a casa, alla casa del padre.

Quanta pace e una serenità non scalfita nonostante il buio, ha trovato la forza di ricominciare sempre, capace di speranza, la speranza che dà ragioni alla vita.

Ho vissuto l’attesa della morte con un conflitto perché ogni giorno in quella stanza entrava Betta, moglie di Edoardo, mio figlio, con la gravidanza quasi a termine. Ho vissuto con fatica l’attesa della morte e della vita e quel tempo “sospeso”, un tempo andato oltre le aspettative, ha avuto e dato senso. La mattina ho detto a Guglielmo che Edoardo non sarebbe venuto: Betta era entrata in ospedale e quella mattina del 20 maggio se ne è andato. Leonardo è arrivato un po di ore dopo. La vita e la morte si sono abbracciate; non erano in conflitto. “Tutto è grazia”.

 

Testimonianza fine vita (.pdf)