Totò Riina o Emma Bonino? Il dilemma di un prete bolognese

“Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?”. Con questa “ignobile”, “inaudita”, “vergognosa” domanda postata sul suo profilo Facebook, Don Francesco Pieri, sacerdote bolognese, docente presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, ha scatenato un vero e proprio putiferio.

Come un tempo accadeva per Garibaldi, in Italia è vietato parlare male della Bonino, assurta ormai ad icona nazionalpopolare, invitata persino a parlare nelle chiese, dimentichi tutti – sia laici e preti- delle pompe di bicicletta con cui si faceva fotografare sorridente mentre prestava la sua opera volontaria per eseguire aborti illegali.

Della Bonino, che è divenuta Ministro degli Esteri ed è stata addirittura proposta come Presidente della Repubblica e come Premio Nobel, non è proprio accettabile che si possa parlare male: è politicamente scorretto. Allora sotto a dar legnate al povero prete che ha avuto l’ardire di fare paragoni osceni, sentendosi tutti non solo autorizzati, ma moralmente in dovere di partecipare al pestaggio mediatico.

Ma davvero il paragone tra mafia e aborto è troppo ardito? Non sembra essere questa l’opinione del Papa, se il 18 febbraio dell’anno scorso, durante la conferenza stampa tenutasi, come sempre al termine dei viaggi apostolici, sull’aereo che lo riportava a Roma dal Messico, ha detto testualmente: “L’aborto non è un ‘male minore’. È un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia. È un crimine, è un male assoluto”.

Parole forti quelle di Papa Francesco: gli aborti sono crimini, sono come quelli che compie la mafia: uccisione di vite umane innocenti, soppresse in autentiche catene di montaggio della morte, con il concorso anche finanziario delle istituzioni.  Parole sulle quali i media preferirono stendere una coltre di silenzio.

Povero don Francesco, non ha sufficiente esperienza del mondo per capire che se anche per un Papa contro l’aborto è difficile parlare, chi tocca la Bonino può essere certo della gogna mediatica e rischia la morte civile. Chissà se ora potrà continuare ad insegnare nelle Facoltà Teologica Bolognese o se dovrà andarsene per esser diventato un lebbroso, un appestato, scomodo e ingombrante per aver offesa quella che è ormai divenuta un’icona sacra. Doveva capirlo da solo che era meglio non personalizzare o, meglio, che sono autorizzati a personalizzare solo quelli che a noi pro-life impenitenti possono impunemente dare l’appellativo di retrogrado, reazionario, bioeticista difensivo, passatista, preconciliare, e chi più ne ha più ne metta.

Come contro di lui, come contro altri prima di lui, il metodo della gogna mediatica è sempre personalizzato e la personalizzazione funziona, perché l’obiettivo è sempre quello di tipo sessantottino e maoista: colpirne uno per educarne 100 e silenziare comunque quelli refrattari al processo ri-educativo.

Speriamo che qualcuno a Bologna si ricordi che prima di don Francesco e di papa Francesco è stato il Catechismo della chiesa Cattolica a ribadire che “Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione”. A sostegno di quanto enunciato, allo stesso punto (n. 2273), il Catechismo richiama la Dichiarazione Donum Vitae, pubblicata nel 1988 dalla Congregazione per la Dottrina della fede, Dichiarazione che vale la pena qui richiamare nella parte che riguarda i doveri dell’autorità politica: «I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell’autorità politica; tali diritti dell’uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell’atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare: il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte ».  E ancora: « Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto».

Per dirla in più semplici e meno sacre parole: il rispetto del diritto alla vita è ciò che distingue lo stato dalla criminalità organizzata. Don Francesco l’ha forse detto male, ma l’ha inteso bene. Papa Francesco l’ha detto certamente meglio, ma, tolta ogni inopportuna personalizzazione, la sostanza di quanto affermato dal prete bolognese resta un esercizio di pensiero critico di cui nei nostri giorni c’è disperato bisogno.

Gian Luigi Gigli, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

 

Totò Riina o Emma Bonino? Il dilemma di un prete bolognese