Umanesimo e fede: strumenti per capire la difesa della vita nascente di Giuseppe Anzani

Il primato della vita sopra tutti gli altri diritti umani, la dignità di ogni persona vivente, il precetto di non uccidere, l’impegno di proteggere la vita sono parole proclamate in tutte le dichiarazioni, i trattati, le convenzioni, le costituzioni moderne. Ma sono parole tradite, che soffrono segni di dolore e di sangue. Esiste nella coscienza umana un principio universale, qualcosa che disegna un approdo di civiltà, un profilo essenziale dello stesso umanesimo. E tuttavia il seme della morte che l’uomo coltiva lo offende, lo sfigura. L bisogno di difendere la vita diviene missione di recuperare il profilo umano dell’uomo, che l’odio e l’egoismo abbrutisce. Ciò è accessibile ad ogni mente, ad ogni cuore, a prescindere dalle diverse fedi religiose o persino a chi crede di non credere. Disse un giorno il laico Norberto Bobbio, in una intervista in tema d’aborto: “Stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”. Chissà perché le parole in difesa della vita vengano accolte con nervosa irritazione da parte di alcuni gruppi d’opinione, ideologicamente schierati. L’amore alla vita non è un’ideologia, ma per l’appunto un amore. La vita non è un’idea astratta, ma il volto concreto dell’essere umano vivente. Ogni ideologia è secondaria, deve piegarsi di fronte al fondamento ontologico, nativo, della dignità della vita di ogni essere umano. Rileggo dopo 25 anni l’enciclica “Evangelium Vitae” del papa santo, Giovanni Paolo II, e vi trovo una singolare consonanza di orizzonte umanistico. Rende accessibile a tutti l’intuizione che la vita ha un valore incomparabile, che campeggia nelle nostre relazioni di fraternità umana lacerata dalle diserzioni e dai tradimenti dell’amore, che stendono sulla storia un reticolato di spine, il rimorso del mondo. E tuttavia il contenuto profondo della enciclica è la fede. La vita non è soltanto biologia, e la storia d’ognuno non è riducibile a ciò che lo accomuna, in modo solo infinitamente più complesso, a un batterio o a un covid-19. In ogni uomo creato c’è un respiro intimo dello spirito, c’è il soffio di Dio; c’è il segno indefettibile del suo amore. La vita personale è dunque unita alla Vita del suo Autore, ed è sacra. E non è confinata nel dominio del tempo e della morte, perché le è preparata e donata una pienezza divina. Umanesimo e fede insieme? A qualcuno parrà non degno della fede l’orizzonte terrestre. Invece, se si potesse azzardare un linguaggio così, l’umano potrebbe apparire il traguardo del divenire di Dio: homo factus est. Traspare l’affermazione del Concilio: “il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”. Per questo, la venerazione della vita ha un significato che coinvolge la fede. La propria vita come dono, e il proprio corpo come tempio. E la vita degli altri come preziosa e venerata per la ragione significante che viene da Dio, è unita a Dio. Allora anche il più piccolo, il più fragile, il più malato è grande, è meritevole di rispetto, è meritevole di amore. La fede dunque, nell’enciclica di 25 anni fa è pedagogia dell’aiuto alla vita. La fede, sappiamo, è “sostanza delle cose sperate”, e la speranza è nutrita di fedeltà all’impegno della carità. Forse è per l’indebolimento della fede che l’uomo non ravvisa più nel volto dell’uomo l’impronta di Dio. E si fa opaca la speranza, dopo che le grandi promesse del mondo di non uccidere più (mai più guerre, mai più povertà, sfruttamento, torture, condizioni disumane, oppressione di poveri, muraglie e rifiuti) sono ali crollate. E le leggi occhieggiano, dopo l’aborto, al suicidio. Rileggere l’enciclica, proiettare quelle parole sul fondale della condizione umana odierna, sentire in cuore il grido dei fratelli più poveri, e in specie di quelli che la santa Teresa di Calcutta chiamò i più poveri tra i poveri, può essere la riapertura di una mappa per il nostro agire. Con in cuore semplicemente il vangelo. Non può mancare la parola profetica, che guarda a Cristo come “Verbo di Vita”; ne segue la scelta di seguirlo, di rispondere a una chiamata che dice persino conformità, il cammino verso una pienezza, l’annuncio e la responsabilità verso i fratelli e verso la stessa vita. Scorrere i titoli che segmentano l’enciclica è un itinerario meditativo che conduce all’azione pratica, a fronteggiare sugli avamposti dove la vita è più minacciata. Una frontiera immensa. La nostra scelta, come Movimento, di uno sguardo specifico sulla vita nel grembo e il soccorso alla maternità difficile, si inserisce in un “servizio della carità verso la vita” che l’enciclica vuole unitario, “perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione. Lo stile, dunque, è quello di «prendersi cura». Di andare fino alle radici stesse della vita e dell’amore di tutta la vita e della vita di tutti. Anzi, ancora più profondamente, si tratta di andare fino alle radici stesse della vita e dell’amore. La fede accende la carità, e senza carità la fede muore. L’aiuto alla vita non è per noi un proclama, ma un vivere e agire coerente. Coerenza, ecco lo spirito: perché se non vivi come pensi, finirai per pensare come vivi.

 

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