Un evento da non rimuovere di Carlo Casini, Firenze, 25 marzo 2001

Dall’introduzione al libro di Carlo Casini, “Diritto alla vita & ricomposizione civile. 1981: referendum sull’aborto. Riflessioni & risorse per il tempo presente”, Ares, Milano, 2001, pp. 7 – 29.

 

Vent’anni fa, il 17 maggio 1981, si svolse il referendum sull’aborto, anzi si svolsero, i referendum sull’aborto, perché furono due: quello promosso dal Partito radicale, che intendeva estendere la legalità della interruzione volontaria della gravidanza, e quello promosso dal Movimento per la Vita, volto a demolire le parti più inique della legge approvata tre anni prima: la legge pubblicata il 22 maggio 1978 che reca il n. 194. Il risultato è noto, entrambi i referendum furono respinti; l’istanza radicale raccolse soltanto l’11% dei voti e quella del Movimento per la Vita il 32%.

Il giorno stesso della consultazione referendaria, quando ancora non si poteva sapere il risultato del voto, “Avvenire” pubblicò un mio articolo che già presagiva la sconfitta del diritto alla vita e a cui, tuttavia, fu dato un titolo paradossale: «L’azione per la vita è sempre una vittoria». La settimana successiva “Il Sabato”, nel commentare a caldo l’esito di quel voto, titolò il fondo «Ricominciamo da trentadue». Gli sconfitti, in genere, si ritirano in disparte. Invece nell’estate successiva al voto di quel 1981 vi fu stupefacente fiorire di «feste della vita», realizzate soprattutto dai giovani che si erano impegnati nella campagna referendaria. Essi, i giovani, avevano gremito a migliaia, il 2 giugno, il Palalido di Milano per dire che il referendum era stato solo un episodio, né l’ultimo, né totalmente negativo, nell’impegno per la vita e per una società più umana.

Un fuoco di paglia per lenire le ferite dei reduci o qualcosa di più profondo e vero?

Quelle «feste per la vita», quei titoli di “Avvenire” e de “Il Sabato”, evocavano, anche se forse inconsapevolmente, la conclusione dell’«estate per la vita» dell’anno precedente. Così era stata chiamata la fatica per raccogliere le firme per chiedere il referendum del Movimento per la Vita (furono ben 2.380.000!), svoltasi nel luglio, agosto e settembre 1980. L’interpretazione del lavoro compiuto fu presentata in una grande manifestazione svoltasi il 19 ottobre 1980 nello stadio comunale di Bergamo, cui fu dato il titolo: «Progetto uomo: difendere la vita, combattere la fame». Trentamila giovani gremirono lo stadio nonostante la pioggia e la frettolosa organizzazione. Essi si strinsero intorno a Madre Teresa di Calcutta e Dom Helder Camara, testimoni di un cristianesimo intrepido, eroico, chino verso i poveri e i diseredati, non conservatore, capace di contestare ogni oppressione. Quell’incontro volle collocare il referendum richiesto dal Movimento per la Vita non nella prospettiva del «contro», ma in quella del «per»; non nell’ottica di una limitata modifica legislativa, ma in quella di un respiro culturale più vasto, capace di mettere in discussione tante tranquillità e di accettare fino in fondo la provocazione di ogni frontiera dove l’uomo è in pericolo.

È doveroso domandarsi che ne è stato, dopo vent’anni, di tanta ambizione.

L’idea del referendum come «episodio», da relativizzare quanto all’aspetto negativo della sconfitta, ma da valorizzare per la trama positiva di energie che aveva risvegliato e di riflessioni che aveva fatto maturare, era collegata alla percezione che il problema della difesa della vita nascente non era (e non è) «una» questione, ma «la» questione fondamentale attorno alla quale riorganizzare l’intero assetto civile.

Si collegano a questa idea altri quesiti di quel 1981. La crisi politica della Democrazia cristiana ha lontane radici. Già allora si avvertiva lo scricchiolio, e per tentare una riparazione i capi di quel partito promossero per la fine di novembre 1981 la cosiddetta «assemblea degli esterni», volta a ristabilire rapporti con la società civile, in primo luogo con il «mondo cattolico». Ma già nella fase preparatoria mi sembrava di avvertire la rimozione del1’«evento referendum», quasi che esso fosse stato, più che un crogiuolo di risorse possibili, una parentesi subita, una fastidiosa deviazione, un capitolo da chiudere. Per correggere questa possibile tendenza il Movimento per la Vita convocò a Firenze, il 14 novembre 1981, tutti i rappresentanti dell’associazionismo cattolico, che, nell’ancora una volta affollatissimo teatro Verdi, condivisero la tesi indicata nel titolo del convegno: «Vita umana e rinnovamento civile e politico». Contemporaneamente usciva il libro che avevo scritto subito dopo il referendum, in quell’estate 1981, con l’assistenza di Vittoria Quarenghi, la prima compianta segretaria del Movimento per la Vita, che mi aveva stimolato, seguito e controllato: «La ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto». Il saggio voleva ricordare come e perché si era giunti al referendum, capire e analizzare le cause del risultato, ma anche gettare le basi per un futuro lavoro.

Rileggo la parte finale dell’introduzione di allora: «La ricomposizione dell’area cattolica in Italia» è il titolo di un fortunato scritto di p. Bartolomeo Sorge; e noi ci permettiamo di utilizzarlo per questo nostro studio. Crediamo infatti che i suoi risultati più significativi il referendum li produrrà proprio sul sentiero di una ricomposizione di cui esso stesso è stato esperienza. Il titolo esprime solo una parte dei contenuti, ma si tratta dei più importanti, cui tutti gli altri sono in qualche modo collegati. «A chi osservi che un consenso del 32 per cento, pur non irrilevante, esprime una linea di tendenza negativa e indica non una ricomposizione, ma una disgregazione, come a chi osservi che molti cattolici hanno votato “No” rifiutando la “ricomposizione”, replichiamo che i processi morali e sociali hanno bisogno dei loro tempi; che sempre le idee precedono i fatti, che una ricomposizione dell’area cattolica, premessa a una unificazione morale e civile degli italiani, esige in primo luogo una ricomposizione culturale. Questo evento ha già incominciato a verificarsi con un referendum che ha fatto chiarezza su alcuni concetti e che ha fatto maturare molti.

«Paradossalmente, esso ha segnato il fallimento della cultura laicista – non laica – e della cosiddetta “diaspora cattolica”, e indica il punto di ripresa di una speranza civile e cristiana. Ripeteremo quanto don Luigi Sturzo scrisse dall’esilio il 18 gennaio 1926: “Riconosciamo che sul terreno politico abbiamo perduto: non è, questo, un segno che abbiamo fatto male; è solo il segno che non avevamo forza o arte pari a guadagnarci la vittoria. Ma è vile chi è convinto della bontà delle proprie idee e abbandona il campo per debolezza o mancanza di fiducia. Bastano i pochi che abbiano fiducia, pazienza e costanza; anzitutto fiducia” (Luigi Sturzo, in Il pensiero politico)».

Ancora una volta torna la domanda: queste parole furono illusione? La profezia è fallita?

Certo in venti anni tante cose sono cambiate, ma, a prima vista, non certo nella direzione della «ricomposizione». La fine del comunismo reale, imprevista e improvvisa, totale e senza possibilità di recuperi, di fatto ha distrutto anche la parola d’ordine aggregante dell’anti-comunismo. Si poteva sperare che, una volta finita l’emergenza di tenere innalzata costantemente la «diga», emergesse con chiarezza la sola possibile forza unificatrice, quella del personalismo cristiano e dunque – in primo luogo – del diritto alla vita. Invece neppure nell’area più strettamente ecclesiale è stato così. Non che il tema della vita umana sia stato abbandonato. Tutt’altro. Soprattutto l’incessante magistero pontificio non lo ha consentito. Tuttavia non si può dire che a esso sia stata attribuita centralità culturale, pastorale e tanto meno politica.

Il convegno ecclesiale di Palermo del 20-24 novembre 1995, intervenuto dopo il crollo del muro di Berlino, poteva essere un’occasione straordinaria per collocare al centro della riflessione cristiana ciò che aveva suscitato la mobilitazione nel referendum del 1981. Il convegno poneva a tema «Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia», collocandosi nella linea dei due precedenti, quello del 1976 su «Evangelizzazione e promozione umana» e quello del 1985 su «Riconciliazione e comunità degli uomini». L’oggetto era, come in precedenza, il rapporto tra l’esperienza della fede e la società civile nella concretezza della situazione italiana: da un lato, «evangelizzazione», «riconciliazione», «Vangelo della carità», e dall’altra «promozione umana», «comunità degli uomini», «nuova società in Italia». Ma l’occasione, a mio giudizio, sarebbe stata sostanzialmente perduta se non ci fosse stato il discorso finale di Giovanni Paolo II nello stadio della Favorita. Anche nei precedenti convegni il tema del diritto alla vita era stato largamente rimosso, ma nel 1995 l’urgenza di collocarlo in posizione centrale era determinata dal fatto che pochi mesi prima, il 25 marzo 1995, era stata pubblicata la grande enciclica Evangelium vitae, che – a mio parere – avrebbe dovuto suscitare la riflessione di tutte le relazioni, come invece non fu. Inoltre la decomposizione della Democrazia cristiana era ormai in pieno svolgimento e dunque era urgente indicare gli essenziali obiettivi di un’azione comune nella società italiana, da perseguire anche in forme nuove, che fossero espressione di quella carità che privilegia gli «ultimi», tra i quali, in posizione estrema ed emblematica, si trovano i bambini condannati a morte.

Se verso la fine dell’800 si fosse svolto un convegno ecclesiale in Italia con lo stesso titolo di quello di Palermo, sarebbe stato impossibile confinare in un angolo la Rerum novarum di Leone XIII. Orbene, il parallelo tra la Rerum novarum e la Evangelium vitae non è mio, ma è proposto proprio da Giovanni Paolo II nel paragrafo 5 dell’Evangelium vitae. «Come un secolo fa a essere oppressa nei suoi fondamentali diritti», egli scrive, «era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel fondamentale diritto alla vita, la Chiesa tutta sente con immutato coraggio di dover dar voce a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in di fesa dei poveri nel mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani. A essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati».

Chi ripensi a quale importanza abbia avuto l’enciclica Rerum novarum nel suscitare la presenza sociale cristiana in pensieri e opere, non dovrebbe trovare eccessivo immaginare che l’Evangelium vitae costituisca la base di una nuova dottrina sociale della Chiesa. Chiuso un ciclo, un altro se ne apre. Tanto più singolare, perciò, appare il complessivo silenzio del convegno ecclesiale di Palermo su una tale possibile interpretazione e, più ancora, sul tema del diritto alla vita.

Se poi dall’area ecclesiale passiamo a interrogarci sul rapporto tra diritto alla vita e ricomposizione dell’area civile, sembrano totalmente disperse le speranze di vent’anni fa. Un certo tipo di unità politica dei cattolici non c’è più. Non è certo questa la sede per rivedere, interpretare e valutare le cause della dissoluzione democristiana. Si può solo annotare che essa è stata conseguente al crollo del muro di Berlino ed è stata connotata da vicende giudiziarie penali contro molti uomini del partito che, con il simbolo dello scudo crociato, aveva guidato l’Italia per cinquant’anni. In altri termini, la fine della parola d’ordine anticomunista ha dimostrato l’inesistenza di un cemento unitario ideale più profondo. Le diatribe politiche si sono incentrate sul metodo più che sulla sostanza. Governabilità, sistema elettorale, destra sinistra e centro, federalismo e organizzazione dello Stato, sono diventati l’oggetto pressoché unico del dibattito politico, mentre le indagini penali, anche se molte terminate con assoluzioni, sembravano dimostrare l’abisso tra l’idea della politica come servizio e la realtà. In tale contesto il diritto alla vita dei nascituri quale forza ideale coesiva esplicare? Nell’area laica prendeva vigore, invece, quel pensiero perverso che osa considerare l’aborto come un diritto civile, espressione di libertà e laicità. Tale idea era stata duramente battuta nel referendum del 1981, dove le truppe di Pannella, Bonino e Rutelli avevano ottenuto solo 1’11% ma – se dobbiamo individuare un significato simbolico negli eventi – non può essere sottaciuta la considerazione della società civile per gli uomini e le donne che furono i principali catalizzatori delle spinte per ottenere la legge 22.5.78 n. 194 e che, ottenutala, non hanno cessato di interpretarla come vittoria parziale (da allargare ulteriormente) della civiltà e della libertà. Non a caso le critiche e le riserve che più volte sono state espresse agli esponenti attuali o passati del Partito radicale sono state ammortizzate dal titolo loro attribuito di «campioni dei diritti civili». Insomma, il progetto di una ricomposizione non solo delle forze di ispirazione cristiana, ma anche di quelle che si usa chiamare – pur con espressione imprecisa – «laiche», a guardare la superficie, sembra sia stato definitivamente sepolto.

Perché dunque evocare l’evento di vent’anni fa? Forse per il non sano gusto del ghetto? Non sarebbe meglio accettare come un farmaco anestetico la rimozione, la chiusura del capitolo, l’amputazione della memoria?

Nel cosiddetto «mondo cattolico», in effetti, non è facile aprire un discorso serio sul referendum. So bene quanto la stessa parola «vita» sia divenuta sospetta nella società civile. Ancora più difficile è dire «diritto alla vita». Più arduo ancora far accettare l’espressione «diritto alla vita fin dal concepimento». Figuriamoci quanto appare poco riguardoso ricordare il referendum, ferita cocente da dimenticare per alcuni, errore grave di percorso per altri, da chiudere comunque dentro la cisti di un incidente di percorso.

Eppure nei commenti a caldo scritti da chi si pose sull’altra sponda, «cattolico» o «laico» che fosse, l’evento era di straordinaria significanza. Baget Bozzo su la Repubblica del 20 maggio 1981, in un articolo dal titolo «La Chiesa dopo il referendum», scrisse che l’esito del referendum toglieva alla Chiesa italiana la «possibilità di capire con il linguaggio conciliare una realtà immobile e regressiva», e concluse: «O trasformarsi secondo la linea del Movimento per la Vita e di Comunione e Liberazione in una posizione critica da destra delle istituzioni contemporanee all’Est e all’Ovest, oppure sostenere la misura della libertà e della dignità umana, il diritto dell’uomo a scegliere in ogni campo, in ogni direzione: questo ci sembra il gioco presente nel problema ecclesiale».

Nel medesimo maggio 1981 Raniero La Valle scriveva: «Qualcosa è successo; non si evocano tremendi fantasmi, non si può gettare l’equazione tra aborto e infanticidio, tra legalizzazione e genocidio in mezzo alla disputa, nelle piazze e negli stadi e poi, a disputa conclusa, fare come se nulla fosse accaduto e restare ciascuno con le proprie sicurezze». La Valle rispondeva al cardinale Poletti che alla Radio Vaticana aveva dichiarato: «È un voto contro la Chiesa? No, certamente. Molti cristiani anche fermamente credenti, anche praticanti, non sono stati coerenti…». La Valle, già direttore di Avvenire d’Italia, replicava: «Dopo tanta enfatizzazione della battaglia, la riduzione interpretativa è persino eccessiva: come se la Chiesa non volesse farsi mettere in questione dal voto». Così Piero Pratesi in Paese Sera nel fondo intitolato «Oltre il concordato, ma con lo Stato», considerava la vittoria del «No» come la condizione per il «ringiovanimento della Chiesa». E Franco Rodano, su Paese Sera, il 23 gennaio precedente, aveva indicato la difesa della legge 194 come «una grande battaglia di liberazione del povero» e il 13 maggio, il giorno stesso dell’attentato al Papa, sempre su Paese Sera, sotto il titolo «Non è in gioco solo la legge», aveva affermato che «nel deprecabile caso [della vittoria del sì] innanzitutto uscirebbe gravemente sconfitto il movimento emancipatore delle donne italiane, una delle più nuove determinanti alleanze della classe operaia»; «arresterebbe l’intero fronte della Democrazia italiana»; «diverrebbe inevitabile che il grandioso e culminante confronto classista finirebbe per svolgersi e concludersi a netto vantaggio degli interessi che, nell’indifferenza per i bisogni del Paese, da tempo cospirano a determinare la disfatta del movimento operaio»; ed era in gioco anche la Chiesa, «poiché le sorti della Chiesa conciliare, la prospettiva di un suo sviluppo o l’eventualità di una sua involuzione sono rispettivamente concesse o alla sconfitta del clericalismo integralista, o alla possibilità nefasta, del suo disastroso successo».

Naturalmente a vent’anni di distanza anche questa torre di Babele di altisonanti profezie e di grida di guerra e di vittoria è crollata come un castello di sabbia. Anzi, a confrontare queste parole dei vincitori di ieri con quelle dette allora dai perdenti, sono le seconde a suscitare ancora oggi sentimenti di commozione insieme all’impressione di una verità affascinante che da un lato mani ingenue e fragili e dall’altro prepotenze intolleranti non fecero emergere. Tuttavia persino nel Movimento per la Vita la rievocazione di quel referendum non ha avuto apostoli. Tutto il contrario della gloria referendaria vantata da quelli dell’11%.

La rimozione dell’evento ha molte cause. La più importante riguarda la vita stessa e di riflesso, per contaminazione, tutto ciò che le sta attorno, referendum compreso. Si capisce il perché. Per quanto ci si sforzi di usare linguaggi cauti, per quanto si eviti di ferire e giudicare, per quanto ci si affidi nel massimo grado possibile alla testimonianza di condivisione e di amore espresse dai fatti, la soppressione (l’uccisione!) dell’uomo nella fase più giovane della sua esistenza (il più bambino!) e nella condizione della massima dipendenza (il più povero!) resta un intollerabile segno di contraddizione. Bisogna mantenere a qualsiasi costo il suo stato estremo di povertà costituito dalla sua non visibilità. Bisogna non vederlo. E quindi non parlarne. Per lo meno non parlarne come di uno di noi. Ma, attorno a questa ragione profonda di rimozione, ruotano una quantità di questioni irrisolte tra le quali spiccano quella della laicità e quella del rapporto tra politica e presenza politica cristianamente ispirata.

Per chi, come me, afferma la centralità politica del diritto alla vita e un concetto alto di laicità, intesa come quella cultura che consente a credenti di ogni fede e non credenti di lavorare insieme – perché unico è l’obiettivo, sia pure nell’orizzonte della temporalità: la dignità umana; e unico è lo strumento: la ragione -, vi è stato un motivo particolare, se non di rimozione, di diminuita forza, con il passare degli anni, nel richiamare il referendum del 1981. La convinzione della forza persuasiva dell’atto del riconoscimento del non ancora nato come un «uguale» a ogni altro vivente della specie umana per quanto riguarda la dignità umana ha spinto a sfrondare tutto ciò che è accessorio e che può essere di ostacolo all’ingresso del nostro argomentare nelle menti e nel cuore di tutti. Il referendum è stato certamente un evento accessorio rispetto all’essenzialità dell’unico nostro argomento: «È un essere umano, dunque un soggetto, non un oggetto; un fine, non un mezzo; una persona, non una cosa!». Perciò, magari inconsapevolmente, è stata lasciata cadere la memoria celebrativa del referendum.

Ma, in questi ultimi tempi, mi è capitato più volte di incontrare quarantenni che si ricordavano di avermi stretto la mano nel vivo della battaglia del 1981 e mi hanno espresso l’entusiasmo grande del loro primo avvicinarsi alla vita pubblica, per una purissima idealità, nel vigore della loro prima giovinezza. In realtà la mobilitazione per l’affermazione del diritto alla vita fu allora un fatto eminentemente giovanile. Soprattutto ai tanti giovani che avevano donato le loro energie e il loro tempo io pensavo, quella sera, quando giungevano i risultati della consultazione popolare e io venivo intervistato dalle televisioni e partecipavo a tavole rotonde di commento a caldo. Sentivo di avere una grande responsabilità verso di loro e proprio pensando a loro non accettai né la sconfitta, né l’amarezza, ma parlai di speranza e di inizio; di una forza autenticamente rivoluzionaria che si stava preparando per il futuro.

E ora, mentre i giovani di allora mi aprono il loro segreto animo in cui la vicenda referendaria non è stata rimossa, penso ai ventenni di oggi, che non sanno nulla della passione e della storia di quando nascevano e che si sono inevitabilmente abituati a convivere con l’aborto legale. Soprattutto per i giovani scrissi nel 1981 “La ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto”. Forse – mi sono detto – è giusto ripubblicare quel saggio, per non dimenticare e per confermare un cammino che per la verità non ha mai avuto soste.

Ho riletto il libro e l’ho trovato di singolare attualità. Alcune riflessioni sono datate, ma la forza del ragionamento e soprattutto il progetto sono ancora oggi validi. La tesi di fondo segnala l’urgenza di una ricomposizione dei cattolici in nome dei diritti umani, non per costruire una diversità e una inimicizia rispetto alla società nel suo complesso, ma, al contrario, per offrire un contributo di ricomposizione morale e civile per tutti.

Molte cose sono cambiate, certo. Ma se guardiamo il percorso alle nostre spalle non restando in superficie nella descrizione delle apparenze, cercando, invece, di cogliere il moto sotterraneo, le esigenze alle quali vent’anni fa cercammo di dare una risposta appaiono oggi ancora più gravi e pressanti; è possibile rintracciare qualche segno premonitore positivo; le energie che si dispiegarono a difesa della vita manifestano la loro purezza e quindi la loro conseguente potenzialità.

Per diciotto dei vent’anni che ci separano dal maggio 1981 io sono stato deputato al Parlamento italiano e a quello europeo. Non sono più, quindi, l’inesperto giovane che guidò la battaglia per la vita. Ho conosciuto la politica, soprattutto le impurità della politica. Posso quindi testimoniare credibilmente. Tutti sanno che sempre, ma specialmente ora, dopo il crollo delle ideologie, le scelte politiche e partitiche sono largamente condizionate dal tornaconto personale, non dal solo desiderio di servire il prossimo o il bene comune. Ribaltoni, rapidi cambiamenti di partito, manifestazioni di voto sono per non pochi il corrispettivo di un beneficio ricevuto o di una promessa che si spera sarà mantenuta. Ciò avviene nelle grandi e nelle piccole cose, dall’aspirazione a un posto di ministro o di sottosegretario al trasferimento di sede per il servizio militare di leva. Ciò vale anche per alcuni giovani che pensano alla politica come il territorio giusto per una loro sistemazione e che perciò a questo misurano le loro scelte. Il parlamentare e più in generale il leader di partito, anche dopo tangentopoli, è oppresso – e non è detto che sempre ciò sia disdicevole – dalle aspirazioni di quanti incontra. Ebbene: in occasione del referendum, quando girai ossessivamente l’Italia, sia nel 1980 per raccogliere le firme, sia nel 1981 per chiedere il «Sì alla vita», non ho ricevuto una sola, dico una sola, richiesta di favori, aiuti, sostegno di diritti individuali. Tutti, particolarmente i giovani, venivano a stringermi la mano per confortarmi, incoraggiarmi e offrirmi qualcosa. Si compravano, talora, con i loro soldi i manifesti che andavano ad affiggere la notte. Nessuno ha pensato di cominciare il cursus honorum politico lavorando nella campagna referendaria. Solo un ideale, che sentivano vero, li aveva tirati fuori dalle loro case, dalle loro scuole, spesso per la prima volta. Non ho più incontrato tanta disinteressata generosità. Tra la gente le differenze tra focolarini o ciellini, aclisti o membri del Movimento cristiano lavoratori, aderenti all’Azione cattolica o all’Opus Dei furono superate di slancio. Mi domando se tangentopoli, causa non secondaria della fine democristiana, avrebbe mai lacerato un partito fatto di quella gente. Mi chiedo se una forza politica che avesse collocato al primo posto programmatico, tanto operativamente quanto concettualmente, la promozione del diritto alla vita si sarebbe sfasciata di fronte alle tensioni delle alleanze e alle preferenze della «destra» o della «sinistra». In una festa dell’amicizia di poco successiva al referendum, svoltasi, mi pare, a Salerno, un alto esponente della Dc alla mia tesi della «ricomposizione» obiettò che il partito raccoglieva il 38% dei consensi, mentre il Movimento per la Vita aveva avuto solo il 32%. l’obiezione era realistica, e risposi d’istinto che egli si poteva tenere il 6%, io preferivo tenermi il 32%. non voleva essere una semplice replica di circostanza, ma nemmeno una profezia. Invece è stata una profezia dolorosa.

Oggi che la dispersione cattolica ha dato vita a una quantità di piccoli partitini, che alcuni chiamano irriverentemente «cespugli» e che alcuni analisti ritengono condannati all’irrilevanza, paradossalmente la sola forza coesiva, capace di esprimersi magari in forme nuove, e capace di espandersi oltre l’ambito cattolico, sembra manifestarsi solo quando affiorano alla superficie della politica i temi della bioetica. Quanto avvenuto nella tredicesima legislatura riguardo alle leggi sulla procreazione artificiale – che pure non ha terminato il suo iter – sembra dimostrarlo. Ho i miei dubbi che la cosiddetta «trasversalità» possa continuare nel tempo a dare dei frutti, ma non è questa la sede opportuna per discuterne. Quel che preme ora annotare è la sperimentata forza coesiva del diritto alla vita.

Sebbene ancora timidamente, sono emerse nel frattempo novità aggregative nella società civile. Esse si propongono di occupare uno spazio politico pre-partitico. Alludo ai forum delle associazioni familiari e alle associazioni operanti nel campo socio-sanitario. I primi gesti che li hanno imposti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche hanno riguardato proprio il diritto alla vita: essi si sono stretti operativamente attorno al Movimento per la Vita nel lancio e nel sostegno alla proposta popolare per il riconoscimento della soggettività giuridica fin dal concepimento, e hanno svolto un ruolo importante nella vicenda legislativa della fecondazione artificiale, ancora una volta in adesione al Movimento per la Vita. Naturalmente gli Obiettivi dei due forum vanno oltre la difesa della vita nascente. Ma è proprio questa la nostra tesi: che, appunto, l’impegno per il non ancora nato è il punto di partenza per una ricostruzione dell’intero orizzonte civile. È motivo di soddisfazione constatare che i due forum hanno già conquistato autorevolezza sul versante politico, tanto da essere consultati spesso dal governo e dai legislatori. Ed è motivo di soddisfazione verificare che non pochi nei due forum erano in prima linea nel confronto referendario del 1981.

Perciò non tutto il seme gettato è andato perduto. Lo slancio dei Centri di aiuto alla vita, moltiplicatisi nel corso degli anni, non vi sarebbe stato senza il referendum. E senza di esso sarebbe mancato quel costante pungolo che anche sullo specifico fronte culturale qualche risultato ha ottenuto.

Nella “Ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto” vi è un commento alle decisioni della Corte Costituzionale pronunciate nel 1981 sulla legge 194 e sui referendum. Il giudizio è fortemente critico. Più ampio e più critico è quello che ho documentatamente esposto nel volume uscito per le edizioni Dehoniane nel 1982: “Diritto alla vita: la vicenda costituzionale”. Ma il 10 febbraio 1997 la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 35, non ha ammesso l’ennesimo referendum radicale che intendeva allargare la legittimità dell’aborto. È rimarchevole che quella proposta radicale di referendum era identica a quella sottoposta al voto dei cittadini nel 1981. Nel 1980 la Corte Costituzionale lo ammise, diciassette anni dopo lo ha escluso. È amaro riflettere che, forse, se fosse rimasto in piedi il solo referendum del Movimento per la Vita, maggiori sarebbero state le possibilità di successo perché la legge 194 non sarebbe apparsa il «giusto equilibrio» tra due opposti estremismi e sarebbe stato difficile, se non impossibile, negare che essa consente l’aborto per libera scelta, ciò che il 75% degli italiani non vuole, come dimostrano tutti i sondaggi demoscopici compiuti prima e dopo il referendum. Ma è gratificante leggere nella motivazione di quella sentenza le tesi del Movimento per la Vita: che, cioè, il diritto alla vita fin dal concepimento ha conseguito nel corso degli anni un sempre maggior riconoscimento anche a livello mondiale e internazionale, e appartiene al nucleo dei valori essenziali della Costituzione italiana. Per i vincitori di ieri la legge 194 resta naturalmente intoccabile. Per essi sacra è la 194, non la vita. Un bell’articolo di Ferdinando Adornato dal titolo «Nella difesa della 194 siamo al feticismo ideologico», comparso su Avvenire del 9 marzo 2001, stigmatizza duramente questo atteggiamento, così poco «laico». In ogni caso è doveroso registrare qualche individuale ma significativo «pentimento» di alcuni, manifestato in occasione del lancio della proposta popolare, nel 1995, per il riconoscimento della capacità giuridica all’embrione umano.

La difesa ufficiale della legge 194 sia oggi svolta con l’argomento che essa avrebbe fatto diminuire il numero degli aborti. È una menzogna, perché temiamo che la diminuzione nei dati ufficiali dipenda dal permanere dell’aborto clandestino, gonfiato dal sempre maggior ricorso alla cosiddetta «contraccezione di emergenza», ora ufficializzata con il Norlevo, la «pillola del giorno dopo» che causa un aborto tanto precoce quanto nascosto, e perciò sfuggente a ogni statistica. Ed è una menzogna, perché non tiene conto del diffondersi dei vari modi di controllare i concepimenti che con la legge 194 non c’entrano. Con molta maggiore coerenza potremmo sostenere che gli aborti – se sono diminuiti – lo sono per l’incessante magistero del Papa, della Chiesa e anche per i risultati ottenuti da quella cultura e da quelle opere che il referendum per la vita dell’81 ha sollecitato ad esprimersi e organizzarsi. Ma è significativo che la legge sia difesa con l’argomento della diminuzione dell’abortività. È il segno che la preferenza per la nascita, anche se l’espressione è debole rispetto al riconoscimento del diritto alla vita, ha fatto qualche progresso.

Annoto, inoltre, che vent’anni fa la prevenzione dell’aborto veniva fatta coincidere con la contraccezione. Oggi si va lentamente affermando la nostra idea che la prevenzione include la solidarietà verso le maternità difficili e l’informazione educativa verso tutti circa il valore della vita fin dal seno materno. Ne sono prova le iniziative – ancora poche, ma in crescita – di alcuni enti locali per sostenere economicamente le maternità difficili o non desiderate.

Insomma, gli spunti culturali e operativi che sostennero il referendum per la vita sono ancora vivi e qualche frutto lo hanno dato. Vale la pena, dunque di rileggere, ripensare e arricchire il libro scritto vent’anni fa. Con la riedizione vogliamo ricordare l’evento di vent’anni fa non con intento celebrativo, ma con una ulteriore proiezione verso il futuro. Nello specifico campo della vita nascente nuovi inediti problemi (e attentati) sono emersi, che attendono immediate risposte. Procreazione artificiale, clonazione e sperimentazione embrionale, pillola del giorno dopo, utilizzazione di cellule staminali del1’embrione così destinato a morte sono altrettanti capitoli di quella «biopolitica» in cui la legislatura dovrà seriamente impegnarsi.

Come già detto, il grande fatto nuovo positivo negli anni che ci separano dal referendum è l’enciclica “Evangelium vitae”, scritta da un Papa il cui pontificato ha l’età della legge 194, ed è simbolicamente contrassegnato dall’attentato di Alì Agcà, avvenuto il 13 maggio 1981, cioè quasi contemporaneamente alla celebrazione del referendum.

A me pare che tale enciclica, soprattutto nel suo porsi come base della nuova dottrina sociale della Chiesa, dia forza e spessore teologico pastorale e culturale alle tesi contenute in “La ricomposizione dell’area cattolica dopo il referendum sull’aborto”. A me pare davvero che non possa essere considerato inutile e che quindi meriti di essere ricordato un referendum per il quale un gigante dei diritti umani come Giovanni Paolo II, si è «personalmente esposto», come egli stesso ebbe a dire ai cardinali di curia nel fare gli auguri di Natale e di fine anno 1981, e nel quale una autentica santa, come Madre Teresa di Calcutta non esitò a raggiungere le principali città d’Italia, da Palermo a Roma, da Napoli a Firenze, in piena campagna referendaria, per sostenere il diritto alla vita a fianco degli esponenti del Movimento per la Vita. Può essere stato inutile un evento con tali partecipazioni? Oppure non va ripensato come un contributo non irrilevante per la realizzazione di un «progetto uomo», che pone al centro i più piccoli e i più deboli?

A vent’anni dal referendum non è proposto un altro referendum. Viene invece rilanciata la proposta di legge di iniziativa popolare – che già nel ’95 fu sottoscritta da 200.000 cittadini – per chiedere una sola semplicissima cosa: che il diritto e la politica introducano nel diritto e nella politica il concepito, dichiarandolo, nella forma di quella razionalità collettiva che è la legge, soggetto a ogni effetto. Lo sforzo di riduzione all’essenziale di cui ho prima parlato giunge così all’estremo nucleo irrinunciabile. Contemporaneamente evita ogni gesto astioso di «rivincita», ma offre uno strumento di riconciliazione e ricomposizione. Perché dire che anche l’embrione umano è un soggetto, cioè è un «uguale», è come dire (ed è nella linea del già detto) che anche i neri, le donne, gli stranieri, gli handicappati e i meno fortunati sono uguali. Semplicemente perché sono esseri umani. Come l’embrione. I capitoli che seguono sono stati scritti nel 1981. Vengono ripubblicati integralmente e senza modiche. Ad essi, in questa nuova edizione, faccio seguire in appendice alcuni documenti che mi paiono particolarmente significatiti per ricostruire il clima dell’epoca, almeno per come l’ho sentito io. Si tratta infatti di interventi miei, scelti tra i numerosi sull’argomento. Questa nuova edizione, la cui parte più corposa si avvalse del consiglio di Vittoria Quarenghi, è dedicata ai giovani di allora e di ora, per le ragioni già dette. Ma, al termine di questa introduzione, vorrei dedicarla anche a mia moglie e ai miei figli che in questi anni (ma anche prima e credo anche dopo) mi sono stati vicini sopportando la turbolenza del mio lavoro per la vita, aiutandomi in pensiero e azione, lasciandosi affettuosamente privare di molta presenza di marito e di padre.

 

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