“Un pensiero speciale a voi donne…”. Post aborto e riconciliazione di Fra Massimiliano Michielan

Il capitolo quarto dell’Enciclica Evangelium Vitae contiene un pressante invito alla diffusione della cultura della vita, dentro la consapevolezza che evangelizzare “è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare […] Così è anche quando si tratta di annunciare il Vangelo della vita, parte integrante del Vangelo che è Gesù Cristo” (EV78). Questo capitolo prosegue con un appello alla responsabilità di ciascuno e con importanti e pratiche indicazioni pastorali affinché, in vari modi, si possa annunciare e servire il Vangelo della vita, per costruire una nuova cultura della vita (EV95). Dentro questo quadro e per il tema che ci interessa, significativo è l’appello al n. 99 a tutte le donne, chiamate, in questa svolta culturale a favore della vita, a farsi promotrici di un “nuovo femminismo”: proprio l’esperienza della maternità dona alla donna una speciale comunione con il mistero della vita, le dona la capacità di relazioni umane basate sull’accoglienza e sul riconoscimento della dignità intrinseca di ogni uomo. È a questo punto che la profonda sensibilità di Giovanni Paolo II si rivolge direttamente, con carità e verità, alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto: “Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancora rimarginata.  In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto” (EV99). Parole che ci danno l’occasione di riflettere su alcuni aspetti, il primo dei quali, anche se può apparire scontato, è l’essersi indirizzato esplicitamente a coloro che si sono imbattute nel dramma dell’aborto volontario: la carità spinge a prendersi cura dei figli di Dio proprio laddove la speranza sembra essere venuta meno e il peccato sembra aver sfigurato irrimediabilmente quei volti e quelle anime create per riflettere la Gloria di Dio; un “pensiero speciale” proprio per chi spesso viene lasciato solo con il suo dramma, dentro qualcosa che – appena la coscienza se ne rende realmente conto – si rivela umanamente ed esistenzialmente insopportabile; un “pensiero speciale” per chi agli occhi di Dio rimane sempre figlio, figlio amato. Pensare secondo carità a chi ha vissuto il dramma dell’aborto e vive, nella solitudine, il rimorso e l’autocondanna è segno della vicinanza di Dio “ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito” (Prefazio comune VIII). Di fronte a questo vuoto e a questo dolore, anche chi prima incoraggiava a fare la scelta abortiva si tira indietro, facendo riecheggiare parole già sentite; a chi dice “Ho tradito sangue innocente!” (Mt 27,4) la riposta è ancora: “Che ci riguarda? Veditela tu!” (ibidem).  Cosa fare allora di fronte a ciò che “rimane profondamente ingiusto?” È qui che l’Enciclica annuncia con forza la nuova possibilità che Dio offre in Cristo: la vita umana terrena si colloca dentro un chronos che è scorrere di istanti, ore, giorni, anni, caratterizzati del fatto di non poter essere fermati né tanto meno rivissuti secondo una modalità rewind (come il riavvolgersi di un nastro magnetico per cancellare quanto inciso e ripartire da quel dato punto ex novo). L’esperienza dell’aborto volontario si colloca in questo chronos e rimane qualcosa che non può essere cancellato, tolto, cambiato. “Probabilmente la ferità del vostro animo non si è ancora rimarginata” scrive il Pontefice, aggiungendo: “Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza… Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione”. Solo l’annuncio e l’apparire – nello scorrere del chronos – di un kairos, cioè di un tempo favorevole, di un momento propizio (2Cor 6, 1) in cui la Misericordia vince su ogni cosa, consente di aprire il cuore e la vita a nuove possibilità. Di fronte all’irreversibilità dell’accaduto dove, oltre al rimorso, emergono scenari di disperazione, di rabbia, di autocondanna, si possono aprire spazi di pentimento e di accoglienza della Grazia, qualunque possa essere stato il grado di effettiva libertà e responsabilità della persona. La consapevolezza che il Padre ci attende per darci la Sua Misericordia è la vera buona notizia poiché nella Riconciliazione tutto viene illuminato da una duplice novità: la possibilità di ristabilire un rapporto con Dio, offeso dal peccato, e la possibilità di un nuovo rapporto anche con il bambino abortito, sapendo che tutto ciò è possibile in forza di un Amore che non dipende dai meriti e dalle capacità dell’uomo, ma riguarda la vita stessa di Dio e il suo potere di fare nuove tutte le cose (Cfr. Ap 21,5). In realtà questa Riconciliazione offre la possibilità alla donna di operare anche una profonda riconciliazione con sé stessa: è ampliamente documentata a livello clinico, per molte donne, una serie di sintomi che vanno a collocarsi sotto la categoria diagnostica del Disturbo da Stress post-traumatico e che hanno preso correntemente il nome di Sindrome post-abortiva. Tale sindrome si caratterizza per elevati livelli di ansia, angoscia; pensieri intrusivi riguardanti l’aborto o l’eventuale giorno del compleanno del bambino, profondo disgusto per sé stesse, autosvalutazione, depressione, disturbi del desiderio sessuale, rabbia e aggressività verso il partner, comportamenti autolesionisti o al limite dell’autodistruzione con il tentativo di suicidio, e il cui esordio può essere sub-clinico e talvolta a distanza di anni dall’evento abortivo. Paradossalmente, almeno per quanto riguarda la legislazione italiana, ciò da cui la legge 194/78 voleva tutelare (in alcuni casi previsti agli artt. 4 e 6: serio o grave disagio psichico) viene causato proprio dall’evento abortivo. Il supporto psicoterapeutico, a volte indispensabile, se può essere utile per elaborare l’esperienza a livello suo proprio, si rileva incapace di arrivare a quella profondità che la vita spirituale richiede e che il Sacramento della Riconciliazione consente invece di raggiungere: il perdono di Dio, adeguatamente metabolizzato grazie anche ad un cammino di accompagnamento spirituale, consente alla donna di “accettare” di poter perdonare sé stessa. L’esperienza della riacquistata comunione con Dio, con la Chiesa e con il bambino abortito, si inserisce perciò all’interno del cammino spirituale della donna come una svolta decisiva; continua ancora Giovanni Paolo II: “Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita”(EV99). Senza togliere il ricordo di quanto avvenuto, la potenza della Resurrezione di Cristo agisce, oltre che sul piano della Grazia, anche sul piano umano per trasformare la ferita dell’esperienza vissuta – portatrice di un dolore sempre aperto e di una perdita continua di energie vitali – in personale cicatrice la quale, pur rimanendo segno di una esperienza drammatica, è testimonianza di una riacquistata libertà volta a utilizzare tutte le energie spirituali e umane per crescere nell’amore e per manifestarlo con rinnovato impegno, dentro una nuova luce che tocca l’animo in profondità. Si rinnova quanto Gesù ha compiuto apparendo ai suoi la sera di Pasqua, quando «si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato». Sono mani e costato trafitti, che però non fanno più soffrire ma che diventano parte integrante di una nuova vita, quella Vita che Egli è venuto a darci in abbondanza (cfr. Gv 10, 10). Dentro l’esperienza della “Vita data in abbondanza” un ruolo particolare ha la consapevolezza che il bambino abortito è in comunione con la mamma, e che il dono della vita rimane per sempre. L’Enciclica Evangelium vitae ci consegna queste parole di Giovanni Paolo II nella loro consolante bellezza: “il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino”. È la certezza che il bambino abortito vive una dimensione di affidamento alla misericordia di Dio e che la vita ricevuta in dono dall’Altissimo attraverso i genitori, in qualunque modo ciò possa essere avvenuto, rimane vita vera chiamata ad entrare in comunione con Dio per l’eternità. «Io mi sento di dire grazie a mio padre e mia madre, nonostante ciò che hanno fatto. In fondo anche se non ero desiderato sono riuscito a fargliela. Sono vivo e tu sai: per sempre. (…) Mi fa tenerezza mia madre, ma un giorno, quando ci rivedremo nel Regno, ci intenderemo. (…) Però intanto io sono vivo. Sono vivo! Sono vivo! Sono vivo! Pensa che sarò ancora vivo tra miliardi di secoli! Che cosa bella sarà poter contemplare il volto del vero Padre: Dio!» (Carlo Carretto, Un cammino senza fine, 1986, p.35).

 

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