Un privilegio raro di Giovanna Sedda

La rarità di cui parliamo non ha a che vedere con il malcapitato Geordi cantato da Fabrizio De André. Ci riferiamo qui alla questione della “rarità” dell’aborto: gli attributi “sicuro, legale e raro” (letteralmente safe, legal and rare) hanno da sempre contraddistinto la definizione di aborto nel partito democratico americano.
La definizione, introdotta dall’allora presidente Bill Clinton, serviva a rassicurare gli elettori americani più moderati. Infatti, l’attributo “raro” aveva la funzione di evitare derive radicali del programma politico del partito democratico, nello specifico una generale liberalizzazione dell’aborto oltre le 20 settimane.
Si tratta ancora oggi di uno dei temi bioetici più sensibili tra gli elettori democratici, nonostante gli aborti oltre tale termine negli Stati Uniti siano meno del 2% del totale.
Il paradigma sta, però, cambiando. Con l’avanzare della campagna elettorale per le presidenziali americane del 2020 i candidati democratici stanno mostrando posizioni via via più liberali abbandonando la storica posizione sull’aborto “sicuro, legale e raro”. In particolare, nessuno pare più preoccuparsi che l’aborto sia raro, cioè che esistano politiche attive che contribuiscano, se non a limitare l’aborto, quanto meno a prevenirlo.
Il senatore Bernie Sanders, per esempio, ha dichiarato che “l’aborto dovrebbe essere sicuro, legale e accessibile”. Elisabeth Warren, una delle due donne rimaste in corsa per le primarie democratiche afferma che “l’aborto è una cura medica, e le cure mediche sono un diritto umano”. Questa trasformazione è con ogni probabilità una conseguenza del successo della grande offensiva pro- life nel paese: gli USA sono l’unico paese tra i G7 ad aver approvato norme più restrittive sull’aborto negli ultimi cinque anni. Non è un caso che tutti i candidati democratici si siano espressi contro gli ultimi provvedimenti che hanno limitato l’aborto, specialmente le cosiddette leggi “trappola”. Si tratta di tutti quei regolamenti che mirano esplicitamente a limitare l’attività delle cliniche abortive, dall’acronimo inglese T.R.A.P. (targeted regulation of abortion provider), e che sono uno dei cardini della recente strategia pro-life in diversi stati.
J. Ayers, vicepresidente del gruppo di cliniche abortive Planned Parenthood, ha dichiarato che per i candidati democratici alla Casa bianca “non è più sufficiente dire di essere pro-choice, i candidati stanno evidenziando nel dettaglio come i nostri diritti siano sotto attacco, come l’accesso all’aborto sia stato minato, e stanno preparando dei piani per proteggere ed espandere questo diritto”. La giornalista Maggie Astor ha parlato di “un cambiamento fondamentale nell’approccio del partito democratico ai diritti riproduttivi. […] I sostenitori dell’aborto tradizionalmente dichiaravano di sostenere il diritto di scegliere l’aborto, non l’aborto in sé” mentre ora arrivano a sostenere anche che “l’aborto sia un elemento positivo che permette alle donne di controllare le proprie vite e aumentare la loro sicurezza economica”. La Astor fa notare come “l’idea di espandere il diritto all’aborto, non semplicemente di preservarlo, sia sempre rimasta dietro le quinte del dibatto fino ad oggi. Ora è invece al centro della scena politica”.
La politica americana si conferma sempre più divisiva e i candidati democratici sembrano non temere le reazioni degli elettori, pur di continuare la corsa al rilancio verso posizioni sempre più estreme sull’aborto. Oggi, infatti, negli Stati Uniti solo un americano su quattro è favorevole a rendere l’aborto legale in ogni circostanza, una posizione che tra gli stessi elettori democratici rimane minoritaria.
Il risultato di questa polarizzazione è chiunque sarà lo sfidante democratico di Donald Trump, autodefinitosi il presidente più pro-life della storia, sarà certamente il più abortista della storia americana.

 

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