Una mostra sfida i tabù contemporanei sulla maternità di Giovanna Sedda

Piccola, ma importante, forse unica. È questo che potremmo dire della mostra appena inaugurata presso il Foundling Museum di Londra, l’interessante museo laboratorio della benemerita Thomas Coram Foundation for Children. Piccola come il museo che la ospita, non lontano dal ben più famoso British Museum, e che costituisce di per sé un piccolo tesoro nascosto nella frenetica vita della capitale inglese. Importante perché ricostruisce la storia sociale della maternità nella storia dell’arte, specialmente degli ultimi cento anni. Vale a dire da quando, complice l’eredità vittoriana-borghese e l’impatto del consumismo-femminismo, la maternità è diventata un tema troppo privato o troppo scomodo da raccontare attraverso l’arte. La mostra ci racconta il ruolo chiave della maternità nella società come anche il suo valore politico nel passato, quando il futuro delle nazioni era strettamente collegato alla continuità delle loro dinastie. Il quadro di una sontuosa donna in gravidanza del 1620 “Portrait of a Woman in Red” di Marcus Gheeraerts II (prestato per l’occasione dalla Tate Gallery) riassume a pieno questo messaggio. Ma la mostra è anche la narrazione di come il ruolo della maternità sia cambiato insieme al ruolo della donna. Un percorso artistico che partendo dai grandi palazzi del potere finisce nelle rappresentazioni più private, quasi nascoste, come nell’autoritratto di Ghislaine Howard (Pregnant Self Portrait). La mostra restituisce bene questo continuo nascondimento fino al tabu artistico, per esempio attraverso il criptico “Girl with Roses” di Lucien Freud, dove il pittore nasconde addirittura sé stesso nei capelli della moglie. Ma l’arte è anche la cartina di tornasole della società, una società di cui è azione e reazione. Per questo riesce a smascherarne le contraddizioni attraverso le provocazioni. È il caso del famoso ritratto dell’attrice Demi Moore, nuda e al settimo mese, di Annie Leibovitz: la fotografia scandalo degli anni ’90 che seppe tuttavia conquistare la copertina di Vanity Fair. C’è qui tutto il cortocircuito mediatico tra il pensiero ideologico che vede la maternità come un ostacolo e il pubblico che ne acclama la bontà. Un cortocircuito che diventa ancora più visibile quando i nuovi social network eliminano ogni mediazione e il pubblico sceglie da sé. È il caso dell’immagine più cliccata nella storia di Instagram: la foto della cantante Beyoncé, in attesa dei suoi due gemellini, su uno sfondo floreale scattata da Awol Erizku nel 2017. Il critico A. Riello ha notato come la mostra dedichi poca attenzione alla cultura cristiana (si pensi al tema della visitazione nell’arte medievale) e forse troppa alla cultura inglese, ma è concorde con il giudizio generale della critica: “assolutamente da vedere”. A noi resta da osservare come il valore della maternità sia ancora intrappolato nelle maglie di una ideologia del passato, mentre il mondo dell’arte contemporanea, e non solo, dovrebbe assolutamente vederlo.

 

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