Volontariato pro-life in Africa: accoglienza e resistenza di Giovanna Sedda

Il colonialismo, almeno quello culturale, non è mai cessato. Questo è l’allarme dei pro-life africani che vedono nelle continue pressioni per liberalizzare l’aborto l’ennesima influenza liberticida imposta dall’esterno sulla popolazione del Continente. Il carattere ufficiale, o ufficioso, di tante iniziative sulla questione non fa che alimentare la confusione e la diffidenza nella comunità internazionale. Da un lato il mondo della cooperazione internazionale addita il dividendo demografico[1], il potenziale di crescita derivante da una popolazione giovane, quale chiave di volta dello sviluppo dell’Africa subsahariana (ASS).

Dall’altro, gli inviti delle organizzazioni internazionali ad adottare politiche di controllo demografico, a partire dalla Conferenza de Il Cario su popolazione e sviluppo del ’94, sono incessanti[2]. La questione della liberalizzazione dell’aborto è un punto sensibile del dibattito pubblico in Africa (di seguito intesa come ASS).

Il continente ha visto il numero di aborti per 1000 donne in età fertile (tasso di aborto), tra i più alti al mondo e ha visto il peggior incremento, tra le regioni del mondo, degli ultimi vent’anni[3].

Questo trend coesiste con ordina- menti giuridici nella media restrittivi e autorità nazionali spesso dichiaratamente schierate a difesa della vita (sia per ragioni storiche che religiose).

Un contesto sociale e politico in contrasto con gli inviti a liberalizzare l’aborto da parte di ONG e agenzie delle Nazioni Unite che evidenziano continuamente  le cifre della mortalità materna in ASS e le stime dell’aborto insicuro come concausa[4] e la contraccezione come soluzione[5].

L’emblema di questa situazione paradossale è stata la Conferenza ONU del 2019 a Nairobi, Kenya, per i 25 anni della prima Conferenza su popolazione e sviluppo. Il documento finale invitava ad “assicurare […] l’accesso a servizi di aborto sicuro e alle cure post-aborto”[6]. Mentre fuori dalla sede dell’incontro i pro-life kenioti ricordavano il testo della loro Costituzione che recita: “ogni keniota ha diritto alla vita e la vita inizia dal concepimento”. Uno iato sottolineato anche dal presidente dell’Ufficio per la famiglia e la vita della Conferenza episcopale del paese, mons. Rotich: “questa conferenza è distruttiva dell’agenda pro-life”.   Rincarava la dose il vescovo di Mombasa, mons. Kivuva: “[gli organizzatori del summit] ci dicono che siamo poveri perché siamo tanti. Questa è una menzogna, siamo poveri perché loro [gli stranieri ndr] hanno preso e continuano a prendersi le nostre risorse”.

L’approccio internazionalista, o forse dovremmo chiamarlo individualista, al tema dell’accesso   all’aborto è basato su una estensione del diritto alla privacy in forma di autodeterminazione. Un fondamento che mal si concilia con la cultura giuridica africana, basata sul diritto alla vita, letto quale dovere della comunità di proteggere la vita dei propri membri. Gli stessi commentatori pro-aborto vorrebbero rifondare la questione sulla salvaguardia della vita della donna (dall’aborto clandestino)[7].

Un tentativo in questa direzione è stato compiuto, ad esempio, dal Comitato per i diritti umani dell’ONU (OHCHR) nel nuovo Commento all’art. 6 (sul Diritto alla vita) della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

Oggi assistiamo a una sempre maggiore consapevolezza “africana” sulla inconciliabilità di questi due approcci. Ciò è palese, ad esempio, nel caso della Costituzione del Kenya dove l’inizio del diritto alla vita è espressamente identificato con il concepimento. Non a caso, Culture of Life Africa, un gruppo africano di advocacy pro-life, ha denunciato l’iniziativa dell’OHCHR come un tentativo di colonizzazione ideologica dei paesi in via di sviluppo: “il testo dovrebbe rispettare il bambino non ancora nato e il suo diritto alla vita e ogni giustificazione dell’aborto basato sul diritto alla vita della madre dovrebbe essere rimossa. […] In caso contrario [il Comitato] dovrebbe rinunciare a imporre ideologie estranee ai valori e alla cultura africani e lasciare a noi il compito di mostrare al mondo un modello più umano ed equo”[8].

Da anni sondaggi e inchieste mostrano come una schiacciante maggioranza della popolazione africana sia contraria alla liberalizzazione dell’aborto. I tentativi recenti di liberalizzare l’aborto non hanno fatto altro che sollevare proteste e malcontento. Al netto di nuove letture e raccomandazioni, i testi internazionali vincolanti sull’aborto restano pochi.

Tra questi, il Protocollo di Maputo del 2003 sui diritti delle donne in Africa chiede, tra altre meritevoli raccomandazioni, di introdurre diverse eccezioni al divieto di aborto. Tuttavia, tre paesi africani non hanno firmato il documento, sedici non lo hanno ratificato e sei lo hanno ratificato con riserve.

L’Africa vede una primavera di organizzazioni pro-life, confessionali e non. L’impegno pro-life è anzitutto un impegno di accoglienza della vita nascente, ma è anche una forma di resistenza alle pressioni esterne.

Per dirla con le parole dell’attivista Obianuju Ekeocha: “il fatto che non vogliamo legalizzare l’aborto non fa di noi dei primitivi, dovremmo essere orgogliosi del fatto che stiamo proteggendo i nostri bambini”. La pensa così anche Barbra Mwansa, che ha fondato nel 1998 il primo Centro di aiuto alla vita dello Zambia sotto il motto “puoi essere aiutata” e da allora ha aiutato oltre 7000 mamme in difficoltà. Oggi Barbra guida una rete panafricana, l’Association for Life of Africa, con oltre 200 centri in 13 paesi. Di fatto, l’attivismo pro-life in Africa è pienamente trasversale e si estende dai paesi più ricchi, come il Sud Africa dove, per esempio, l’organizzazione Africa Cares ha oltre 70 centri attivi, alle nazioni più povere come la Liberia che conta oltre dieci organizzazioni.

[1] Lee, Ronald, and Andrew Mason. What is the demographic dividend?. Finance and Development 43.3 (2006): 16; Drummond, Mr Paulo, Vimal Thakoor, and Shu Yu. Africa rising: harnessing the demographic dividend. No. 14-143. International Monetary Fund, 2014; Ahmed, S. Amer, et al. How significant is Africa’s demographic dividend for its future growth and poverty reduction?. The World Bank, 2014.

[2] Cohen, S. A., & Richards, C.L. (1994). The Cairo consensus: population, development and women. Family planning perspectives, 26(6), 272-277; Bongaarts, J., & Casterline, J. (2013). Fertility transition: is sub-Saharan Africa different?. Population and development review, 38(Suppl 1), 153.

[3] Bearak, Jonathan, et al. “Unintended pregnancy and abortion by income, region, and the legal status of abortion: estimates from a comprehensive model for 1990–2019.” The Lancet Global Health (2020).

[4] Grimes, David A., et al. “Unsafe abortion: the preventable pandemic.” The lancet 368.9550 (2006): 1908-1919; Haddad, Lisa B., and Nawal M. Nour. “Unsafe abortion: unnecessary maternal mortality.” Reviews in obstetrics and gynecology 2.2 (2009): 122.

[5] Connelly, Matthew, and Matthew James Connelly. Fatal misconception: The struggle to control world population. Harvard University Press, 2009

[6] UNFPA (2020). Nairobi Summit on ICPD25 Report. ICPD Secretariat.

[7] Teklehaimanot, Kibrom I. “Using the right to life to confront unsafe abortion in Africa.” Reproductive Health Matters 10.19 (2002): 143-150.

[8] Culture of Life Africa, Submission on the Draft General Comment on Article 6 of the International Covenant on Civil and Political Rights by United Nations Human Rights Committee. (5 ottobre 2017).

 

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